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Bambini/e e aggressività

Tempo di lettura: 3 minuti
Cosa, come, quando e perché
Bambini/e che mordono, picchiano, graffiano gli altri o se stessi, bambini/e che lanciano oggetti o minacciano di romperli. Scene che agli occhi degli adulti possono apparire come strazianti, fuori luogo, difficili!
L’aggressività spaventa perché in questo significato rientrano azioni che non vorremmo mai subire, né, tantomeno, osservare sui/sulle nostri/e figli/e. Un bambino o una bambina che attiva comportamenti all’apparenza violenti, con molta facilità verrà identificato/a nell’etichetta di “quello/a che picchia”. Tra l’altro questo potrebbe anche significare un isolamento del/la diretto/a interessato/a dal gruppo proprio perché i suoi comportamenti non risultano come socialmente accettabili.
Quello su cui come adulti è importante ragionare è che innanzitutto i/le bambini/e, per natura, non sono aggressivi/e o violenti/e. Sotto i 7 anni è praticamente impossibile che un fanciullo o una fanciulla si muova per fare del male a qualcun altro. La natura umana non ha questo funzionamento. Dietro ad ogni comportamento aggressivo esiste una motivazione altra al “desiderio di fare male”. Questo vale sempre.
La grossa differenza che sussiste tra aggressività e violenza è l’intenzione; infatti un’azione per definirsi violenta deve racchiudere la volontà di infliggere un torto e, come detto sopra, il cervello umano infantile non è predisposto per questo tipo di ragionamento.
Socialmente un/a bambino/a che intorno ai 12-24 mesi si atteggia in modo aggressivo viene considerato/a come in linea con la fisiologia dello sviluppo mentre, superata la fase di autodeterminazione (quella che comunemente viene etichettata come “terrible two”), morsi, pizzicotti o sberle vengono banditi all’istante e in alcuni casi sono addirittura considerati come indicativi di un disagio comportamentale.
Ma perché un bambino o una bambina (ma potremmo aggiungere anche un adulto) fatica ad autocontrollarsi?
Stare calmi dipende essenzialmente da due fattori:
1. Lo sviluppo cerebrale;
2. La comprensione delle regole sociali.
Anatomicamente nel nostro cervello esistono delle aree deputate al controllo e alla regolazione emotiva. La corteccia cerebrale prefrontale supporta l’attività cognitiva, il comportamento e le risposte emotive del soggetto; l’amigdala, invece, è una formazione anatomica che ha il controllo sui comportamenti istintivi e si preoccupa di conservare i ricordi emotivi, valutando anche l’intensità delle situazioni. Queste due aree lavorano in sinergia gestendo le nostre emozioni e modulando le nostre reazioni a ciò che accade.
All’interno del sistema nervoso troviamo anche dei circuiti inibitori che hanno il compito di controllare e fermare i nostri impulsi. Ed è proprio grazie a questi che possiamo esercitare e allenare la nostre competenze regolative dell’istinto.
Seppur il nostro organismo sia predisposto per poter agire in modo controllato, pacato e sicuro, questa capacità non risulta innata e, oltre ad aver bisogno di molto esercizio, richiede anche una maturità delle strutture interne che certamente nei primi anni di vita risulta assente. Consideriamo che lo sviluppo della corteccia cerebrale termina in un’età compresa tra i 20 e i 25 anni di vita.
Non dobbiamo quindi stupirci se per i/le nostri/e figli/e sia davvero difficile limitare tutti i comportamenti che sono sotto la guida di istinto e impulso.
Stare calmi dipende anche dalla comprensione delle regole sociali e pochissimi/e bambini/e al di sotto dei 5/6 anni d’età hanno una chiara comprensione di ciò che sia giusto o sbagliato fare in contesti sociali. Soprattutto quando i/le bambini/e sono molto eccitati (vedi ad esempio quando vivono situazioni con i/le pari o sono in ambienti che sperimentano poco, o si trovano di fronte a una novità ecc.) faticano ad avere chiaro quale sia il “contenitore dell’agire”, ossia quali siano tutti quei limiti che definiscono cosa sia bene e giusto fare.
Un/a bambino/a “aggressivo/a” è un/a bambino/a arrabbiato/a. La rabbia non è assolutamente un’emozione da reprimere. Quando un/a bambino/a si adira perché non può avere qualcosa, la sua emozione gli permette di ritrovare equilibrio, senza di quella non è possibile accedere alla fase di accettazione della frustrazione.
La collera ha una funzione di difesa (del sé, dei propri spazi, delle proprie cose) e dà la forza di affermarsi, di dire di no. Il contrario di questa emozione è sentirsi spesso vittima e impotente.
Se pensiamo ai primi momenti in cui un essere umano prova rabbia, capiamo subito quanto importante sia questa emozione: un/a bambino/a neonato/a che sente mal di pancia, che percepisce fame, che vorrebbe un adulto accanto, sperimenta la sua prima rabbia e questo gli/le permette di attivare una reazione tale per cui l’adulto capirà che c’è qualcosa che non va.
La rabbia si trasforma, fin da piccoli/e, in comunicazione forte e chiara; è un segnale vivido e attivo di ciò che sentiamo e nel corso degli anni quando il cervello stesso diventa più capace e pronto a gestire l’emotività, può trasformarsi in un vero e proprio strumento, un’occasione per vivere meglio. Ma questo lo scopriamo solo quando l’emisfero destro, che è la parte del cervello dedicata alle competenze razionali, si sviluppa in capacità, efficacia e sicurezza.
Colpire, mordere, spingere, lanciare oggetti sono comportamenti disfunzionali che però hanno sempre una causa profonda (è possibile che non sia evidente ma c’è, sempre).
Quello che può aiutarci e fornirci delle risposte è l’osservazione; pensiamo a dov’è il/la nostro/a bambino/a, pensiamo all’ambiente che sta vivendo, se è ordinato o pieno di cose, ricco di colori e stimoli sensoriali, oppure si presenta come uno spazio armonioso e sereno?
Ci sono altri bambini presenti? Che tipo di attività sta svolgendo?
Appena prima che scatti la reazione emotiva ci sembra tranquillo/a o dà qualche segnale di malessere?
E noi adulti, come reagiamo? Sappiamo mantenere la calma?
A volte accade che il più importante problema delle reazioni aggressive dei/lle bambini/e siamo proprio noi adulti. Di fronte a emozioni forti espresse con convinzione è necessario un approccio calmo e accogliente, altrimenti inneschiamo noi stessi un circolo vizioso per cui nessuno dei due favorirà la discesa dell’energia, della rabbia stessa.
L’adulto ha il dovere di fornire una facilitazione perché tra i due è sicuramente l’individuo con più competenze razionali, in grado di veicolare l’emozione verso una risoluzione.
Per facilitare la gestione emotiva, dobbiamo sapere che cosa agita i/le nostri/e bambini/e, che cosa favorisce l’emergere di una reazione aggressiva.
Alcune indicazioni:
  • Fame o sete, stanchezza;
  • Ambiente eccessivamente ricco di stimoli;
  • Ambiente troppo rumoroso;
  • Bisogno di proteggere le proprie cose;
  • Distorto senso del gioco (alcuni/e bambini/e potrebbero prendere il morso o il pizzicotto come una modalità di interazione giocosa e non comprendere che per l’altro non sia gradita);
  • Bisogno di rilassamento.
Sopra abbiamo accennato al fatto che c’è assoluto bisogno di allenare il cervello per poter migliorare le nostre competenze emotive ma in che modo possiamo usare la corteccia cerebrale per mantenerla vivida e pronta ad agire? Di seguito, consideriamo alcune idee:
  • Giochi di ruolo (drammatizzare alcune situazioni può essere davvero un esercizio per imparare cosa è meglio dire/fare);
  • Scelte e relative conseguenze (nel corso della giornata, quante volte ci sostituiamo ai/alle nostri/e figli/e nelle loro piccole decisioni da prendere e quanto lasciamo spazio alle loro idee?);
  • Chiediamo cosa ne pensa;
  • Nelle situazioni difficili piuttosto che fornire la soluzione favoriamo la ricerca di una modalità per rimediare.
Quando la rabbia prende il sopravvento e le reazioni ad esse risultano spropositate, l’adulto diventa guida e può davvero veicolare l’energia emotiva in un processo costruttivo.
Anzitutto respiriamo e cerchiamo noi la nostra quiete, sarà essenziale per gestire il forte impulso presente nell’altro/a. Cerchiamo connessione con l’emotività del nostro bambino o bambina e mostriamo comprensione; solo quando avremo ottenuto uno stato di calma definiamo le cause e le conseguenze di quanto accaduto e insieme favoriamo la ricerca di una soluzione.
Essere genitori è una sfida quotidiana a sviluppare sempre più competenze in grado di veicolare messaggi importanti per gli adulti di domani; non possiamo pensare di ricercare la perfezione, ma è ben più importante dare esempio di una sana gestione dell’errore e in questo caso delle reazioni emotive che non vorremo vedere nei/lle nostri/e figli/e.

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