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L'empatia

Tempo di lettura: 4 minuti

Allenare i/le bambini/e al pensiero empatico

L’uomo è per natura essere sociale. Questo significa che la sua evoluzione è determinata soprattutto dal contesto che vive e dalle persone con le quali si interfaccia nel corso della vita.
Tra i bisogni fondamentali dei neonati non possiamo citare unicamente quelli legati alla fisiologia dell’organismo: un bambino o una bambina per crescere deve vivere in relazione ad altri simili, deve sentire il loro calore, l’affetto, la voce, il contatto fisico; questi sono tutti aspetti che non possono mancare nella cornice di una crescita serena.

Il valore che hanno le persone con le quali viviamo è inestimabile: esse nutrono l’anima, stimolano la crescita, accompagnano l’evoluzione. I/Le bambini/e di oggi sono gli adulti di domani e di questo ce ne dobbiamo ricordare sempre perché la differenza su chi diventeranno possiamo farla noi con l’esempio, con le parole, con un’attenzione delicata verso la persona che stiamo educando.

Se potessimo scegliere le virtù da trasmettere ai nostri figli sicuramente l’empatia sarebbe per molti tra le prime richieste. Essere empatici significa sentire l’emozione dell’altro, vedere attraverso i suoi occhi e comprenderne il vissuto; è chiaro che si tratta di qualcosa che può cambiare in meglio la vita di ognuno, ma soprattutto le relazioni che costruiamo ogni giorno. L’empatia non è una competenza innata, si acquisisce con l’esercizio che nel tempo permette di formare delle vere e proprie connessioni in grado di orientare il cervello verso gli altri e i loro sentimenti.

Prima di approfondire come poter favorire lo sviluppo del pensiero empatico nei/lle bambini/e, è fondamentale ricordare la struttura e il funzionamento del cervello perché è lui il responsabile delle competenze emotive della persona, adulto/a o bambino/a che sia. Immaginiamo una casa su due piani: il piano terra rappresenta la parte inferiore del cervello, quella in cui risiedono le componenti primitive che controllano le funzioni fisiologiche (respiro, battito delle palpebre etc) e le reazioni a impulsi ed emozioni intense; il piano più alto invece corrisponde alla corteccia cerebrale e alle sue componenti. Qui prendono forma i processi mentali più complessi: pensiero, immaginazione, pianificazione e organizzazione.

È importante sapere che, seppur ogni parte del cervello abbia una propria specifica funzione, l’integrazione tra esse è fondamentale al mantenimento di equilibrio e benessere: non possiamo pensare che il raziocinio della parte alta non sia mai influenzato da sentimenti, istinti ed impulsi emotivi tipici della parte inferiore. Ai fini di un buon funzionamento cerebrale complessivo è essenziale che tra le varie regioni del cervello ci sia integrazione; questo permetterà un più ampio controllo alle reazioni forti (quando la parte alta “contiene” razionalmente gli istinti emotivi) e allo stesso tempo la capacità di portare avanti scelte consapevoli ma arricchite dall’apporto emotivo personale.

Montessori ha definito come termine ultimo dello sviluppo cerebrale umano i 21 anni circa e non aveva tutti i torti!
Infatti ad oggi le neuroscienze hanno confermato che la corteccia cerebrale, a differenza di altre parti del cervello, si sviluppa nel corso di tutta l’infanzia e adolescenza e giunge al termine della propria crescita intorno ai 21 anni. Questo significa che l’acquisizione delle competenze del “piano superiore” è determinata sia dallo sviluppo fisico dell’organo cerebrale che dalle esperienze personali di ciascuno. Anatomicamente esiste una regione del cervello i cui neuroni svolgono un ruolo centrale nel controllo dell’empatia: il giro sopramarginale destro.
Questa zona funziona come una sorta di “muscolo emozionale”: al momento della nascita risulta totalmente atrofizzato e privo di competenze, con lo sviluppo e l’allenamento sarà in grado di esercitare capacità nuove che rappresenteranno i primi passi verso una comprensione più approfondita di chi vive intorno a noi.

Il fatto che un bambino o una bambina nella fascia d’età 0-6 anni sia così concentrato/a sul proprio essere e si mostri per gran parte delle sue relazioni focalizzato/a su bisogni ed espressioni totalmente egocentrici non è meramente una conseguenza caratteriale, ma dipende di gran lunga dallo sviluppo anatomico cerebrale. Certamente questo rappresenta un dato di fatto importante che proietta e rinnova l’intervento educativo dell’adulto verso un’accoglienza e comprensione maggiori.
Stare bene all’interno di un gruppo piccolo o grande che sia presuppone competenze non solo relazionali ma anche personali. La capacità del cervello di controllare emozioni e istinti è fondamentale per la costruzione del senso morale che permette a uomini, donne e bambini/e di condividere serenamente i propri tempi e spazi.

Quello che possiamo fare per allenare l’empatia nei/lle bambini/e è sicuramente parlare di questa capacità, senza pensare che sia un concetto di difficile comprensione. L’empatia è nei fatti prima che nelle parole, ed è proprio per questo che come adulti possiamo dare l’esempio: nell’arco della giornata diversi possono essere i momenti in cui, anche in situazioni di estrema tranquillità, possiamo creare il pretesto per allenare l’empatia.

Di ritorno da scuola, al parco giochi, al supermercato: quello che dobbiamo proporre e impegnarci a fare per accompagnare il/la bambino/a nel proprio sviluppo emotivo è un cambio di prospettiva, ossia l’acquisizione di un diverso punto di vista sulla situazione. Anziché condannare o giudicare lasciamo che il nostro cervello si ponga delle domande gentili in grado di generare un’esperienza del tutto diversa.
Un esempio pratico: quando ci troviamo in presenza di bambini/e che stanno affrontando una crisi emotiva, anziché dialogare e commentare le reazioni più o meno difficili con frasi come “quel/la bambino/a si comporta sempre così” oppure “quando qualcosa non gli va, piange sempre”, proponiamo degli interrogativi che permettano un’analisi reale della situazione, basata su quanto possiamo osservare.

Il giudizio non deve mai rivolgersi alla persona bensì alle azioni o comportamenti che sono sempre modificabili e migliorabili. Le parole hanno un peso, e di certo maggiore cura avremo nell’esprimerle e migliori saranno le conseguenze a lungo termine che ne deriveranno.
Le nostre frasi allora potrebbero essere:

“Noto che Alex sta urlando fortissimo, sicuramente c’è qualcosa che non va. Chissà perché sta reagendo così..”

“Ho visto che Lucia ha strappato il tuo disegno, hai ragione ad arrabbiarti, lo capisco bene, usa le tue parole per dirle quello che senti dentro!”

In queste espressioni possiamo notare due approcci all’allenamento dell’empatia: nella prima frase l’adulto fornisce un’occasione per affinare l’osservazione del/la bambino/a come per attivare una sorta di “radar” per le situazioni problematiche che necessitano di maggior acutezza emotiva. Alex sta urlando, ma prima di commentare o giudicare, l’adulto può porre il dubbio che qualcosa possa essere andato storto e quindi favorire un punto di vista consapevole e attento verso una persona che in quel momento ha bisogno d’aiuto. Ogni situazione pone l’adulto educatore di fronte al bivio tra l’essere giudicante, facendosi sopraffare dalla rabbia, e lo sforzarsi di comprendere e cercare una soluzione.

Nella seconda frase invece l’educatore invita il/la bambino/a ad utilizzare un vocabolario che esprima al meglio ciò che sta provando. Spesso incolpare l’altro e reagire d’impulso sono azioni che non conducono le persone coinvolte verso la ricerca di una soluzione. Di fronte a una situazione che potrebbe sfociare in una crisi emotiva o in un litigio, l’insegnare ai/lle bambini/e a parlare in prima persona e concentrarsi sul racconto del proprio sentire rappresenta una strategia comunicativa non giudicante e aperta al dialogo.
Inoltre il/la bambino/a interessato/a fornisce la possibilità all’altro di riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. Ecco quindi che in realtà esercitare l’empatia non solo struttura le basi per vivere relazioni più ricche e significative, ma crea un circolo virtuoso che condiziona in positivo tutte le persone con cui abbiamo a che fare.

Essere empatici significa guardare col cuore prima che con gli occhi, avvicinarsi alle persone e dare importanza ai loro sentimenti, ma anche alle espressioni; capire gli altri rende il mondo un posto migliore e certamente gli adulti di domani hanno bisogno di conoscere e sperimentare il proprio potenziale emotivo per poter offrire la versione migliore di se stessi.

Abbiamo grosse responsabilità, ma senza di queste non potremmo crescere e migliorarci ogni giorno.

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