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"Non si dice!"

Tempo di lettura: 4 minuti
Come comportarsi se il/la bambino/a dice le parolacce

“Ho sentito mio/a figlia dire una parolaccia!”

“Quando il/la mio/a bambino/a si arrabbia urla parolacce”

“Al parchetto mio/a figlio/a ha iniziato a elencare brutte parole ridendo tantissimo”

A quanti genitori è capitato di pensare o dire frasi di questo tipo?

Così come ci meravigliamo nel sentire parole molto complesse pronunciate da bambini/e ancora piccoli/e, quando percepiamo una parolaccia uscire dalla bocca dei/lle nostri/e figli/e vorremmo eliminarla dal loro vocabolario mentale e fare in modo che la scena non si ripeta più. Molti adulti usano le parolacce nella propria comunicazione quotidiana con estrema libertà, in vari contesti nemmeno ci si pone il problema: sono parole come tante altre anche se, sappiamo bene, in particolari ambiti potrebbe non essere carino pronunciarle. 

La prima cosa che dovremmo chiederci di fronte a un/a bambino/a che usa un linguaggio improprio è: “ma io mamma/papà/educatore, come comunico?” 

Eh sì, i/le bambini/e che dicono parolacce, mica se le inventano! Le scoprono, ascoltano e registrano come grandi tesori perché, soprattutto nella fascia 0-6 anni, tutte le parole hanno un grande valore: permettono di comunicare, di farsi capire, di esprimere se stessi e di relazionarsi col mondo. La parola è un richiamo forte alla natura sociale dell’essere umano: anche per il/la bambino/a la comunicazione è un bisogno innato che si soddisfa attraverso un continuo perfezionamento della pronuncia. Ogni parola è importante quanto le altre e, per il cervello in via di sviluppo, non c’è distinzione tra belle o brutte: quel che sento ripetere diventa “del/la bambino/a” nel momento in cui presta attenzione e registra quei suoni come un “significato”.

Intorno ai tre anni, quando il bambino o la bambina ha acquisito una buona padronanza di linguaggio, accade che più le parole risultano complesse e particolari più ci sarà desiderio di impararle e acquisirle. I/Le nostri/e figli/e amano la realtà, assorbono come spugne non solo i vocaboli ma l’intero linguaggio che ascoltano: il tono, il volume della voce, la cadenza della pronuncia, il contesto in cui viene espressa un’idea; ecco perché se quando siamo arrabbiati o infastiditi siamo propensi a sfogare verbalmente la nostra emozione è molto probabile che anche il/la bambino/a reagirà con questo comportamento quando proverà rabbia. 

L’adulto è un esempio da imitare anche in questo caso per i/le bambini/e!

I primi responsabili del linguaggio dei/lle nostri/e figli/e siamo proprio noi, ma questo non deve spaventare: il cervello umano è per natura molto plastico; se ci accorgiamo di dire spesso parolacce, anche in presenza di bambini, possiamo iniziare a introdurre parole alternative che col tempo sostituiranno quelle che vogliamo eliminare.

Un aiuto molto concreto possono essere piccoli post-it sul frigorifero, sullo specchio o sull’armadio, così da ritrovarci spesso a leggere (e ripetere alla nostra mente) parole nuove, più adatte e in grado di migliorare sia il nostro stile comunicativo sia il modello che suggeriamo a chi educhiamo.

Ma di parolacce se ne sentono tante e certamente non possiamo avere il controllo su tutto ciò che ascoltano i/le nostri/e bambini/e. Molto spesso vengono assimilate a scuola o dalla tv, dai nonni o dagli amici adolescenti degli zii…insomma non sono qualcosa di evitabile nel corso dell’intera infanzia. 

Di parole “poco educate” ne esistono moltissime e spesso mettono in risalto giudizi negativi verso qualcuno o qualcosa. I/Le bambini/e che le pronunciano non hanno il focus sul significato, ma semplicemente sulle reazioni che innescano negli adulti presenti. Parlare con il linguaggio “dei grandi” potrebbe essere motivo di orgoglio e allo stesso tempo far percepire approvazione tra i pari. È molto difficile però che nella fascia d’età 3-6 anni la comunicazione assuma un’intenzionalità offensiva. Le parole dette sono riproduzioni di dialoghi ascoltati da altri, ma molto spesso i significati sono sconosciuti ai più piccoli.

Ma allora perché le parolacce piacciono tanto ai/lle bambini/e?

Proviamo a pensare cosa succede tra adulti quando si ascolta una parolaccia detta da un/a bambino/a. Quali sensazioni proviamo? Che tipo di reazione abbiamo?

È molto probabile che ci si senta indignati e si faccia di tutto per giustificare ad altri quanto sentito o si riprenda in modo deciso chi ha parlato. La parolaccia, sia a livello conscio che sul piano inconscio del nostro pensiero, è “il proibito”, quello che solo gli adulti possono dire perché sanno quando e come utilizzare certe parole. Però ricordiamoci sempre che non occorre essere grandi per volersi gustare il fascino di ciò che non possiamo fare! Divieti e limiti innescano pensieri quali:

“Chissà cosa succederà se dico questa cosa…”,

“Mi sono accorto/a che quando dico una parolaccia tutti mi guardano…ci provo ancora!”

Della categoria “parolacce” fanno parte diverse espressioni: insulti, imprecazioni, oscenità, maledizioni, ma anche storpiature dispregiative di parole comuni; più una parola ha un suono nuovo e affascinante per il bambino o la bambina, più verrà ripetuta con lo scopo di innescare una qualche reazione o semplicemente godersi il momento, mettendosi nei panni di chi le parolacce le dice spesso!

È importante quindi non sobbalzare appena se ne sente uscire una dalla bocca dei/lle più piccoli/e, né tantomeno rivalersi con la classica “sgridata” ad alta voce. Se non sappiamo come reagire stiamo in silenzio, lasciamo sedimentare la cosa e magari prendiamoci del tempo per chiederci: cosa vogliamo dire al/la nostro/a bambino/a? Che messaggio vogliamo passare? Perché desideriamo che non pronunci più certe parole?

Rispondendo a queste domande avremo certamente più chiaro quale sia lo scopo del nostro intervento educativo e non sarà difficile attivare una comunicazione più efficace.

Cosa possiamo dire e come agire?

  • Partiamo da come ci sentiamo quando ascoltiamo certe parole: possiamo esprimere disapprovazione e descrivere il nostro dispiacere; pur rendendoci conto che sia un linguaggio usato spesso anche dagli adulti siamo consapevoli che sia comunque sbagliato.
  • Chiediamo al/la bambino/a se conosce il vero significato della parola usata.
  • Interpretiamo ad alta voce come potrebbe sentirsi la persona a cui sono state rivolte quelle parole e confrontiamoci su questo con i/le nostri/e bambini/e; l’obiettivo è proprio aumentare la consapevolezza rispetto al linguaggio acquisito. Le parole hanno un grande potere e non si è mai troppo piccoli per scoprirlo e interiorizzarlo.
  • Proponiamo al/la bambino/a una “missione”: aiutare gli adulti ad accorgersi di quando pronunciano le parolacce e imparare a farlo meno.

Se diciamo parolacce di fronte ai/lle bambini/e possiamo chiedere scusa, spiegare perché ci sia “scappata” e prenderci l’impegno di prestare più attenzione.

L’esempio è la prima strategia educativa efficace.

Se ci accorgiamo che l’utilizzo di alcune espressioni è comunque molto ripetuto possiamo agire anche con piccoli giochi o attività sulla base dell’età di chi abbiamo fronte.

Con i/le bambini/e dell’età della scuola dell’infanzia, dai 3 ai 6 anni circa, proprio nel momento in cui ci accorgiamo che stanno giocando a dire e ripetere sempre più brutte parole potrebbe essere funzionale istituire il “momento della parolaccia”: pochi istanti in cui decidiamo di esprimere tutte la parolacce che abbiamo dentro, senza filtri, così che il nostro corpo si liberi di quei significati e si concentri sul prestare attenzione al linguaggio usato successivamente.

Con i/le bambini/e più grandi, dai 6 anni circa, possiamo proporre di disegnare la parola stessa, scrivendola e colorandola con forme e tonalità che ne rispecchino il significato.

Visualizzare le parole aiuta a comprenderle e permette al cervello di considerare concretamente l’impatto che possono avere sulla relazione con altre persone.

In generale come educatori e genitori non dobbiamo spaventarci di fronte a questo tipo di trasgressioni, consideriamole un invito a migliorare la modalità di comunicazione anche tra adulti e un’occasione per lavorare insieme ai/lle nostri/e figli/e su piccoli e felici obiettivi.

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