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Le Fake News

Tempo di lettura: 4 minuti
 Cosa sono e come riconoscerle


Fake news è una delle parole più discusse dell’epoca del web. Nel vorticare incessante di notizie, dati, video, immagini circolanti negli spazi virtuali - definito infodemia - è sempre più facile cadere vittime della disinformazione! Proviamo a fare chiarezza e a capire come riconoscerle.

Partiamo dal principio: che cosa sono le fake news?
Il dizionario Collins nel 2017 ha intitolato il termine fake news “word of the year”, definita “informazione falsa e spesso sensazionalistica presentata sotto forma di notizia”.
Potremmo aggiungere che le fake news sono create allo scopo di persuadere l’utente e per diffondersi in modo virale dentro uno o più media (il web, ma anche tv, radio, carta stampata).
Spesso contengono informazioni che hanno un forte impatto emotivo sull’utente (es. possono sorprendere, indurre paura o far arrabbiare) e si riferiscono a temi o problemi molto discussi in un determinato contesto storico o geografico, trattando questioni che fanno discutere e catturano l’interesse generale.

Le fake news sono tutte uguali?
Accanto alle fake news “classiche” - notizie false presentate come autorevoli - esiste un ampio ventaglio di fenomeni più sfumati in cui il falso e il vero si mescolano: in questi casi (i più frequenti) è necessario analizzare, andare in profondità e sviluppare “sensori” più raffinati per riconoscerli.
Qualche esempio?

• La pubblicità: forse non ci pensiamo mai, ma per definizione la pubblicità deve in qualche modo “disinformare” a vantaggio di un bene o servizio…altrimenti non funzionerebbe! Alcune strategie tipiche sono mettere in evidenza solo gli aspetti positivi di quello che viene venduto, fare leva su emozioni e associazioni positive, sfruttare l’appeal di una moda o tendenza. Un esempio divertente è la campagna “Get a Mac” creata da Apple.

• Il clickbait: leggiamo il titolo di una notizia sorprendente, clicchiamo per leggere il contenuto e solo a quel punto ci rendiamo conto che le cose non stanno come anticipato nel titolo! Ma che scherzo è questo? Si tratta di una strategia in voga anche tra le testate giornalistiche, usata per catturare l’attenzione dell’utente e indurlo con l’inganno a entrare in una pagina web: più clic significano più guadagni!

• La pseudoscienza: comprende teorie apparentemente scientifiche che però non hanno i requisiti per esserlo (es. verifiche sperimentali, il riconoscimento dalla comunità degli esperti, competenze accademiche). Possono riguardare i più svariati ambiti della scienza: mai sentito parlare di terrapiattismo o della “dieta paleo”?

• La disinformazione: è la forma più insidiosa dove informazioni vere, inventate, imprecise possono venir combinate al punto da non riuscire più a capire cosa c’è di vero e cosa no. Con queste notizie, per sapere come stanno le cose si deve indagare più a fondo.


Le fake news non sono un fenomeno recente…ma nel web sono più insidiose!

• Nel 1835 sulla Luna sono stati scoperti con il telescopio delle creature a metà tra uomo e pipistrello, denominate dall’astronomo Herschel “Vespertilio Homo”.

• Il numero di rapine e furti in abitazioni, in banca e in esercizi commerciali è in aumento costante dal 2013 a oggi.

• Fare risciacqui con la candeggina e assumere molta vitamina C aiuta a proteggere dall’infezione da Covid-19.


A quale di queste notizie siete disposti a credere?
Ovviamente sono tutte false, ma questi esempi ci ricordano che le fake news sono un fenomeno antico quanto la società dell’uomo. Nel tempo sono i temi caldi attorno ai quali si sono sviluppate e i mezzi di comunicazione con cui sono circolate, dalla forma orale, alla carta stampata, alla radio fino al web.

È pur vero che le fake news nel web sono molto più virali e veloci e il rischio di cadere in trappola è maggiore. Alcuni motivi?

• Il sovraccarico cognitivo a cui è esposta la nostra mente, non attrezzata a dover elaborare quantità di informazioni così grandi e in tempi così veloci: se dobbiamo decidere in fretta a cosa credere e cosa condividere, sbagliamo di più!

• Il cosiddetto bias di conferma: siamo predisposti a credere di più a notizie che sono compatibili con le nostre credenze precedenti (anche se errate) e a orientare l’attenzione agli esempi che le confermano, più che a quelli che la contraddicono.

• Questo errore sistematico della mente viene ancor più amplificato dal fenomeno noto come “bolla di filtraggio”, ovvero la tendenza degli algoritmi (che regolano la selezione dei contenuti che vediamo comparire nelle nostre bacheche social) a preferire post e notizie compatibili con il nostro “profilo” di abitudini e interessi. Ognuno di noi, senza rendersene conto, si trova al centro di una bolla informativa personale dove riceviamo informazioni coerenti con quello che già sappiamo e crediamo, con il rischio di rinforzare le nostre credenze errate.

• L’effetto “gregge”: più utenti danno credito a una notizia, più la percepiamo attendibile.

• La velocità del web: la facilità di condividere una notizia a cui crediamo ci conduce a passare molto facilmente da vittime di una fake news a “ripetitori” inconsapevoli, contribuendo alla diffusione nella rete dei nostri contatti: in poco tempo diventano così “infodemiche”.

Come ci si protegge dalla disinformazione?
Per fortuna, abbiamo a disposizione diverse risorse per difenderci e fare pulizia nella nostra “dieta informativa”.
Una prima opportunità è seguire i siti di alcuni giornalisti ed esperti che si occupano professionalmente di fact checking e possono aiutarci a smascherare notizie sospette. Alcuni esempi noti in Italia sono i blog butac, facta news e bufalopedia. Esistono anche portali specifici che fanno chiarezza su temi dibattuti; un esempio è il sito dell’associazione CICAP che si occupa di divulgazione in tema di pseudoscienze, e il sito Dottore, ma è vero che…? dedicato a salute e medicina.

Per allenare il nostro sguardo critico, è importante anche riconoscere i “campanelli di allarme” che dovrebbero farci sospettare di una notizia e indurci ad approfondire o quantomeno a non condividerla. Alcuni esempi sono l’analisi di come è strutturato il sito che pubblica la notizia, la possibilità di contattare l’autore (e l’autorevolezza che ha sul tema), la citazione (o assenza) di fonti, la presenza di toni sensazionalistici o il richiamo a emozioni forti. Può esserci di aiuto questo decalogo, creato dalla campagna Generazioni Connesse del MIUR.

È importante che nella vita familiare quotidiana ci si confronti tra adulti e figli su questo tema, che si dedichi attenzione alla dieta mediatica di cui si nutrono i giovani e che gli adulti dimostrino interesse e attenzione al bisogno dei giovani di orientarsi nell’informazione (a volte sono anche gli adulti a imparare!).
Infine la scuola italiana sta dedicando sempre più attenzione a temi di educazione civica digitale come quello della disinformazione e stanno crescendo esperienze laboratoriali che guidino bambini e ragazzi a sviluppare competenze di pensiero critico di fronte all’informazione.

Un esempio di un laboratorio svolto nella scuola secondaria di I grado si trova nella community Weturtle.

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